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[Traduzione] Cicerone - Epistulae - Ad Familiares - 14 - 4

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view post Posted on 8/2/2009, 16:43 Quote
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V. Scr. Brundisii prid. Kalendas Maias a.u.c. 696.
TULLIUS S. D. TERENTIAE ET TULLIAE ET CICERONI SUIS.

Ego minus saepe do ad vos litteras, quam possum, propterea quod cum omnia mihi tempora sunt misera, tum vero, cum aut scribo ad vos aut vestras lego, conficior lacrimis sic, ut ferre non possim. Quod utinam minus vitae cupidi fuissemus! certe nihil aut non multum in vita mali vidissemus. Quod si nos ad aliquam alicuius commodi aliquando recuperandi spem fortuna reservavit, minus est erratum a nobis; si haec mala fixa sunt, ego vero te quam primum, mea vita, cupio videre et in tuo complexu emori, quoniam neque di, quos tu castissime coluisti, neque homines, quibus ego semper servivi, nobis gratiam rettulerunt. Nos Brundisii apud M. Laenium Flaccum dies XIII fuimus, virum optimum, qui periculum fortunarum et capitis sui prae mea salute neglexit neque legis improbissimae poena deductus est, quo minus hospitii et amicitiae ius officiumque praestaret: huic utinam aliquando gratiam referre possimus! habebimus quidem semper. Brundisio profecti sumus a. d. II K. Mai.: per Macedoniam Cyzicum petebamus. O me perditum! O afflictum! Quid enim? Rogem te, ut venias? Mulierem aegram, et corpore et animo confectam. Non rogem? Sine te igitur sim? Opinor, sic agam: si est spes nostri reditus, eam confirmes et rem adiuves; sin, ut ego metuo, transactum est, quoquo modo potes ad me fac venias. Unum hoc scito: si te habebo, non mihi videbor plane perisse. Sed quid Tulliola mea fiet? iam id vos videte: mihi deest consilium. Sed certe, quoquo modo se res habebit, illius misellae et matrimonio et famae serviendum est. Quid? Cicero meus quid aget? iste vero sit in sinu semper et complexu meo. Non queo plura iam scribere: impedit maeror. Tu quid egeris, nescio: utrum aliquid teneas an, quod metuo, plane sis spoliata. Pisonem, ut scribis, spero fore semper nostrum. De familia liberanda nihil est quod te moveat: primum tuis ita promissum est, te facturam esse, ut quisque esset meritus; est autem in officio adhuc Orpheus, praeterea magno opere nemo; ceterorum servorum ea causa est, ut, si res a nobis abisset, liberti nostri essent, si obtinere potuissent, sin ad nos pertineret, servirent praeterquam oppido pauci. Sed haec minora sunt. Tu quod me hortaris, ut animo sim magno et spem habeam recuperandae salutis, id velim sit eiusmodi, ut recte sperare possimus. Nunc miser quando tuas iam litteras accipiam? quis ad me perferet? quas ego exspectassem Brundisii, si esset licitum per nautas, qui tempestatem praetermittere noluerunt. Quod reliquum est, sustenta te, mea Terentia, ut potes. Honestissime viximus, floruimus: non vitium nostrum, sed virtus nostra nos afflixit; peccatum est nullum, nisi quod non una animam cum ornamentis amisimus; sed, si hoc fuit liberis nostris gratius, nos vivere, cetera, quamquam ferenda non sunt, feramus. Atqui ego, qui te confirmo, ipse me non possum. Clodium Philetaerum, quod valetudine oculorum impediebatur, hominem fidelem, remisi. Sallustius officio vincit omnes. Pescennius est perbenevolus nobis, quem semper spero tui fore observantem. Sicca dixerat se mecum fore, sed Brundisio discessit. Cura, quoad potes, ut valeas et sic existimes, me vehementius tua miseria quam mea commoveri. Mea Terentia, fidissima atque optima uxor, et mea carissima filiola et spes reliqua nostra, Cicero, valete. Pr. K. Mai. Brundisio.
TULLIO A TERENZIA E INSIEME Al FIGLI TULLIOLA
E CICERONE
Ad familiares 14, 4
Spedisco lettere per voi il meno possibile, perché se non c'è momento per me che non sia triste, quando poi o scrivo a voi o leggo lettere vostre sono travolto dalla commozione, al punto da non farcela più. Ah, se fossi stato meno avido di vivere! Certo nel corso della mia vita non avrei visto alcuna sventura, o almeno non molte... Pure, se il destino mi riserba una qualche speranza di recuperare un giorno qualcosa del mio stato felice, allora il mio errore non sarà stato irreparabile; ma se queste sciagure sono stabilite per sempre, io non desidero, vita mia, che rivederti al più pre sto e morire fra le tue braccia, giacche ne gli dei, che tu hai sempre religiosamente venerato, ne gli uomini, per i quali io mi sono sempre adoperato, ci hanno ricompensato.
Sono rimasto tredici giorni a Brindisi presso M. Lenio Flacco, persona degnissima, che di fronte al problema della mia sicurezza ha trascurato il rischio che correvano il suo patrimonio e la sua stessa vita; né le sanzioni previste da una legge quanto mai iniqua l'hanno distolto dal prestare i diritti e le liberalità dell'ospitalità e dell'amicizia. Cosi potessi un giorno dimostrargli la mia gratitudine! Che ne avrò per lui eterna. Da Brindisi parto oggi stesso, con destinazione Cizico attraverso la Macedonia. Nella mia rovina e nella mia afflizione (ah, quali!) come potrei ora chiedere a te di venire, donna inferma e affranta nel corpo e nello spirito? D'altronde come non chiedertelo? E allora restare senza di te? Io questo posso decidere: se c'è una speranza nel il mio ritorno, collabora a che sia consolidata; se invece, come temo, tutto e irreversibilmente concluso, in qualunque modo potrai cerca di venire da me. Sappi questo soltanto: se ti avrò con me non mi parrà di essere del tutto desolato. Ma che sarà della mia Tulliola? Oramai spetta a voi provvedere, io non ho più che pensare. Qualunque sia il futuro sviluppo degli eventi, e ben certo che abbiamo degli obblighi nei confronti del matrimonio e della reputazione di quella povera infelice. E ancora, che farà il mio ragazzo? E lui che io dovrei sempre seguire più da vicino. Non riesco a scrivere altro, la tristezza me lo impedisce. Non so che sarà di te, se potrai mantenere qualcosa, o se, come temo, sarai spogliata di tutto. Pisone, come scrivi, spero che sarà sempre fedele a noi. Per l'affrancamento dei servi non hai di che preoccuparti. Prima di tutto, ai tuoi hai promesso che ti saresti comportata secondo i meriti di ciascuno. E poi Orfeo e ancora in servizio; a parte lui, non ce ne sono mica tanti altri. Circa i rimanenti schiavi la prospettiva e la seguente: in caso di confisca integrale dei miei beni, sarebbero miei liberti, purché l'a vessero potuto ottenere; se invece rimanessero di mia proprietà continuerebbero il servizio, con qualche calcolata eccezione per qualcuno. Ma questi sono problemi secondari.
Quanto alle tue esortazioni a farmi forza e a mantenere viva la speranza di un recupero della mia dignità personale, vorrei proprio che ci fossero le condizioni per poter sperare con qualche fondamento. Per adesso, quando potrò, infelice, ricevere più tue lettere? Chi me le recapiterà? Ne avrei aspettate a Brindisi, se l'equipaggio me l'avesse consentito, ma non hanno voluto perdere l'occasione favorevole per salpare. Per il resto, Terenzia mia, mantieniti come potrai conforme ai principi dell'onore. Ho vissuto, ho avuto il mio momento felice: non i miei vizi, ma le mie virtù mi hanno cagionato la presente afflizione. Non ho nulla da rimproverarmi, tranne di non aver perduto insieme con le mie prerogative l'esistenza stessa. Ma se i figli nostri hanno preferito che io seguitassi a vivere, va sopportato tutto il resto, anche se sopportabile non è! Pure, io che incoraggio te non so incoraggiare me stesso. Ho congedato Clodio Filetero, mio fido compagno, perché aveva delle difficoltà per un malanno agli occhi; Sallustio baste tutti per l'assiduità delle sue premure. Pescennio è affettuosissimo con me, e spero si manterrà sempre pieno di riguardi anche con te. Sicca aveva detto che sarebbe stato al mio fianco, ma a Brindisi se ne è andato. Cura la salute con tutte le tue forze e pensa che sono sconvolto più dalla tua che dalla mia infelicità. Terenzia mia, moglie carissima e fedelissima, e figliola mia amatissima, e Cicerone ultima mia speranza, addio a tutti.
Brindisi, 30 aprile.
Ad Familiares, XIV, 4
Vi scrivo meno di quanto potrei, perché, se ogni istante è miserabile per me, quando poi scrivo a voi o leggo le vostre lettere, allora mi struggo in lacrime, da non poter resistere. Oh, se avessi meno desiderato la vita! Non avrei certamente veduto alcuno o molti mali nella vita stessa. Se dunque la fortuna mi ha risparmiato per qualche speranza di ricuperare prima o poi un poco di felicità, il mio errore non è stato grande; ma se queste sventure sono definitive, desidero vederti al più presto, o vita mia, e fra le tue braccia morire, dal momento che né gli dei, da te purissimamente onorati, né gli uomini, da me sempre serviti, ci contraccambiarono. Sono rimasto a Brindisi, presso Marco Lenio Flacco, tredici giorni. Persona ottima, egli trascurò, per salvarmi, il rischio di perdere i bene e la testa, e non si lasciò dissuadere dalla pena che commina una legge iniquissima, dal compiere i sacri doveri dell\'ospitalità e dell\'amicizia. Magari un giorno possa io contraccambiargli il beneficio! La riconoscenza sarà comunque eterna. Partii da Brindisi il 30 aprile, diretto a Cizico attraverso la Macedonia. Sono un uomo rovinato, un uomo abbattuto! Come potrei chiederti di raggiungermi, donna malata e stremata nelle forze fisiche e morali? Non te lo chiederò? Rimarrò dunque senza di te? Penso di fare così: se esistono speranze di un mio ritorno, rafforzale e datti da fare in questo senso; se, come temo, la partita è chiusa, cerca di raggiungermi a qualsiasi costo. Questo solo sappi bene: se ti avrò con me, non mi sembrerà di aver perso tutto. Ma che avverrà della mia piccola Tullia? Vedete ormai voi, io non so che ben fare. In ogni caso, è certo che quella poverina deve tener conto sia del suo matrimonio che della sua reputazione. E poi, che farà il mio Cicerone? Egli sì vorrei fosse sempre sulle mie ginocchia, fra le mie braccia. Non posso scrivere oltre, a questo punto; me lo impedisce lo sconforto. Cosa tu faccia lo ignoro, se possiedi qualcosa o, come temo, sia stata spogliata di tutto Pisone, come scrivi, spero sarà sempre dei nostri. Quanto alla liberazione degli schiavi, non c\'è motivo di preoccuparti. Anzitutto ai tuoi fu promesso che avresti agito verso ciascuno secondo i suoi meriti, e ligio al suo dovere è tuttora Orfeo, nessun altro assolutamente. Quanto ai rimanenti servi, la cosa sta così: che se ci fossero alienati, divengano nostri liberti, qualora possano ottenerlo; se dipendessero ancora da noi, ci servano, a eccezione di pochissimi. Ma queste sono faccende di minor conto. Quanto alle tue esortazioni di confidare e sperare di riprender vita, vorrei fosse cosa in cui potessimo sperare legittimamente. Ora, infelice, quando più riceverò una tua lettera? Chi me la porterà? L\'avrei aspettata a Brindisi, se non l\'avessero permesso i marinai, mentre non vollero lasciarsi sfuggire il bel tempo. Per il resto, vivi, o mia Terenzia, col medesimo decoro, come puoi fare. Siamo vissuti floridamente, fummo abbattuti non da una colpa, ma da un merito: nessuna colpa abbiamo commesso, tranne quella di non aver abbandonato la vita insieme ai suoi ornamenti. Ma se fu più gradevole ai nostri figli che noi vivessimo, sopportiamo tutto il resto, per quanto sia insopportabile! Eppure io, che cerco di farti coraggio, non posso darne a me stesso. Ho rimandato indietro Clodio Filetero, elemento fedele, perché angustiato dal male agli occhi. Sallustio supera tutti in zelo; Pescennio è devotissimo a me, e spero sarà sempre riguardoso verso di te. Sicca mi aveva promesso di stare con me, ma poi è partito da Brindisi. Cerca, come puoi, di star sana e, credi che io mi turbo più per la tua infelicità che per la mia. Terenzia mia, fedelissima e ottima moglie, e mia carissima figliola, e tu, speranza mia superstite, Cicerone, state bene. Da Brindisi il 30 aprile.

Ad Familiares XIV, 4 Brindisi, 29 aprile 58
(Cicerone, partito per l’esilio, è a Brindisi; il giorno dopo si imbarcherà per l'Asia Minore. Prima della partenza per mare scrive ai familiari.)

A Terenzia
Vi scrivo il meno che posso perché se tutte le ore della mia vita sono piene di miseria, specialmente poi quando vi scrivo o leggo le vostre lettere, gli occhi mi si riempiono di lacrime e non mi è più possibile andare avanti…
Ma se questi mali sono irrimediabili, io vorrei al più presto, vita mia, rivederti e morire tra le tue braccia quando gli dei che tu pregavi così piamente, né gli uomini ai quali mi sono dedicato, non ci sono stati per nulla grati.
A Brindisi mi sono fermato tredici giorni in casa di Marco Lenio Flacco, ottimo uomo, che per salvarmi non ha temuto di arrischiare le sue sostanze e la sua testa né fu distolto dai suoi doveri di ospite e di amico dalle pene di una legge odiosissima1 . Lasciata Brindisi il 29 aprile mi dirigo ora a Cizico attraverso la Macedonia. Ma quanto sono infelice! E dovrei io pregarti che tu mi raggiunga, o moglie mia, tu malata, tu sfinita nel corpo e nell’anima? E allora dovrò stare senza di te? Penso che farò così; se c’è qualche speranza di tornare, fammela più salda e aiutami, ma, come temo, se non c’è più rimedio, fai tutto il possibile per raggiungermi. Sappi soltanto questo: se ti avrò con me, non mi sembrerà di essere l’uomo finito che sono.
Ma che sarà della mia Tulliola? Pensa tu a lei! Io non so più dar consigli. E il mio piccolo che fa? Ma lui voglio averlo al mio fianco, fra le mie braccia! Non posso più scrivere, le lacrime me lo impediscono. E di te? Non so che cosa possa esserti accaduto: hai ancora qualcosa, o, come temo, ti hanno preso tutto?…Tu mi esorti che mi faccia coraggio e non disperi di tornare in patria, ed io vorrei poter sperare. Ed ora, me disgraziato, quando potrò ricevere una lettera? Chi me la porterà?…Ti rimando il fedele Clodio Filetero 2 perché si è ammalato d’occhi. Sallustio vince tutti in zelo. Pescennio ci vuol molto bene e spero che ci sarà devoto. Sicca3 diceva di voler venire con
me, ma poi restò a Brindisi. Quanto più puoi cerca di star bene e pensa che io mi affliggo più per le tue che per le mie miserie.
Addio mia Terenzia fedelissima e ottima moglie, e tu carissima figlia, e tu, unica speranza nostra, Cicerone.

1.Quella di Clodio che comminava la pena di morte a chi avesse aiutato uno colpito dalla pena dell’esilio
2.Un liberto, come gli altri nominati dopo
3.L’amico che l’aveva ospitato a Brindisi


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